Che cos'è un luogo?
L’agonia di un lago raccontata da Clemente-Pardini
Qualsiasi fotografia di un luogo nello spazio pone una prima, brutale domanda a chi per la prima volta la guarda: “Dove siamo qui? Che cosa c’è qui?”. Ma l’apparente semplicità della domanda precipita subito in un baratro di complessità se solo ci chiediamo “Va bene, ma che cosa significa qui?”. Ovvero, che cos’è un luogo? Che cosa è oggi un luogo?
Il lago di Massaciuccoli è un luogo. Difficilmente si può negare queta evidenza. Ed è un luogo sofferente, e il libro di cui sto per parlarvi racconta la sua sofferenza. Un luogo che rischia di non essere più tale.
Ma per favore, spero che nessuno sfogliandolo si rifugi sotto la gonna di una definizione fin troppo fortunata, che ha finito per significare l’opposto di quello che intendeva il suo coniatore, ossia non-luogo. I non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, autostrade, centri commerciali) non sono affatto luoghi sofferenti, non sono luoghi devastati o abbandonati, al contrario sono luoghi perfettamente funzionanti della modernità; semplicemente, hanno abbandonato il senso del qui. Non gli serve. Potrebbero essere ovunque, perché la loro funzione è rimandare ad altri luoghi. Sono luoghi senza un qui. Sono luoghi che hanno solo un potente perché: funzionano proprio perché si sono liberati dall’obbligo di essere un luogo specifico, transitando nel campo della merce assoluta, intercambiabile, uguale in tutto il mondo.
Il lago che nelle pagine di Limo ci raccontano Maria Selene Clemente e Christian Pardini, viceversa, ha un qui potente: è sulle carte, e Googlemaps ti ci porta, non potrebbe essere altrove. Ciò che sta perdendo non è la sua collocazione geografica, ma è il suo funzionamento. Come tanti altri spazi della crisi, il lago di Clemente e Pardini è un qui che sta perdendo il suo senso del luogo. Che sta perdendo il suo perché.
I luoghi, per noi, non possiedono alcun senso che non sia umano. Le ninfe delle fonti, i geni del bosco erano le proiezioni spirituali della nostra umanità nella natura. Il senso del luogo è quello che diventa quando il luogo è abitato da una comunità. Se la comunità perde il suo senso, lo perdono anche i luoghi.
Questo libro d’artista, che ha per titolo Limo, dunque mi è sembrato il racconto dello stato di fatto di un luogo che sta perdendo la sua comunità, e della resistenza di questa comunità alla perdita del proprio luogo tutto.
Lo scenario è quello della lenta morte per asfissia del lago vivo, prima sotto l’acqua e poi ovviamente attorno all’acqua. Crisi della pesca, vietata da anni, crisi di un’economia locale che diventa crisi degli equilibri e delle relazioni. Le baracche perdono la loro funzione, qualcuno le trasforma in spazi di riposo, un po’ insensati nella loro pretesa di domestica normalità, mentre pali e lamiere affondano nel limo.
Limo, parola piena di vita, portatore di fertilità nei racconti dell’antico Egitto imparati fin dalla scuola elementare. Parola che qui diventa minacciosa, di fango e sabbie mobili, parola che non dà più vita ma la minaccia.
Senza sapere molto in realtà del percorso che ha portato alla costruzione di questo libro, azzardo alcune impressioni e le riflessioni.
Intanto, Clemente e Pardini sembrano essersi dati un imperativo, quello di fotografare da molto vicino, in senso geografico ma anche emotivo, oltre che analitico. Non c’è la presunzione, neanche in una veduta panoramica, di riassumere un problema in una sola frase, o immagine.
Il lago va in pezzi, va visto a pezzi e capito pezzo per pezzo: casolari abbandonati, acquitrini, baracche arrugginite, volti che hanno storie da raccontare. Nel libro, alcune di queste storie sono immaginate e scritte in versi, con maestria e sottile malinconico umorismo, da Marco Salvetti.
In secondo luogo, mi sembra che gli autori abbiano programmaticamente rifiutato il linguaggio dell’allarme, della denuncia del degrado come disastro. Niente cumuli di pesci morti, per dire.
Io ricevo, da questa serie di immagini, non la sensazione di catastrofe ma di uno svanimento, di uno svuotamento: non narrazione ma il suo contrario, quasi una fine del racconto, impressione confermata dai ritratti della gente del lago con le braccia lungo i fianchi, in riposo, ma senza riposo, perché sono persone che nella vita fanno qualcosa, solo che sembrano dirci: cosa venite a vedere, ormai non c’è più niente da vedere.
Non c’è bisogno di immagini del sublime per evocare un senso di implacabilità. Basta un parcheggio vuoto, e vi sto parlando della prima immagine del volume, quasi una dichiarazione d’intenti, forse per suggerirci l’idea che il destino della superficie terrestre sia diventare un enorme parcheggio inutile. L’asfaltatura planetaria, però con belle strisce bianche ad angolo retto. Ho sempre pensato che l’inferno sia ortogonale.
Il lago come protagonista non c’è quasi mai. Solo scampoli, ritagli. Dietro una tenda, come vista da una finestra, c’è un lago che però, ci accorgiamo, è un poster appeso al muro bianco. Oppure il lago è una chiazza di vernice blu in un plastico, un presepe di betlemmi perdute.
C’è, è vero, un velo vellutato di blu, solo acqua mossa dalle onde, ma poi veniamo a sapere che quel colore è un regalo dell’alba, che quando il sole picchia il lago ha un colore melmoso. Come per dire: avremmo potuto fingere, ma poi perché?
Ci sono invece i segni, buoni e cattivi, dell’interazione umana. Le case, i loro dintorni, i ruderi abbandonati del brutalismo cementizio. Ci sono oggetti malinconici, ma non come quelli dei surrealisti, che rimandavano a stati mentali più alti. Qui rimandano alla perdita dell’uso, la cosa che rende gli oggetti vivi.
Chi ci salverà? Le arnie a cerchio fra le fratte devastate su cui incombe un cemento precocemente vecchio (i marmi ammuffiti sono romantici, il cemento ammuffito fa schifo) sembrano un consiglio di guerra, di ultima resistenza della natura all’invasione.
Eppure, l’istinto animale di sopravvivenza è tanto forte nella specie umana da costringerci quasi a farci una ragione della dissoluzione dell’ambiente. Sì, il pianeta è malato, lo sappiamo, molto malato, ma ci salveremo, così ci diciamo. In qualche modo.
Quelli che sui social ripetono a pappagallo il tormentone qualunquista “meritiamo l’estinzione” in realtà non credono che l’estinzione arriverà davvero. È una scaramanzia. Sopravviveremo, ne sono confusamente certi. Come? Be’, qualcuno, qualche provvidenza provvederà. Illusione pericolosa.
Aveva ragione, inascoltata, Laura Conti. Partigiana, medica, scrittrice, deputata, dolce severa coscienza ambientalista che purtroppo pochi ricordano. Quarant’anni fa, all’indomani della catastrofe di Seveso, quella Caporetto della presunzione industrialista, scrisse un libro indimenticabile ma dimenticato, Questo pianeta.
Dove metteva in guardia dai due grandi alibi, entrambi infondati, che già allora sembravano esimere l’umanità dal dovere urgente di invertire la corsa verso il baratro, anche a costo di sacrifici e rinunce (Il rifiuto, lo definì un altro scienziato cosciente del limite, Giuliano Toraldo Di Francia).
I due alibi erano: la fiducia che a risolvere i problemi del pianeta sarà la forza della natura; e la fiducia che a farlo sarà la meraviglia della tecnologia.
Quarant’anni dopo l’allarme è cresciuto, ma gli alibi sono gli stessi. Senza apparente contrasto. È come se riuscissimo a pensare l’imminenza del collasso globale, ma non volessimo vederlo.
Eppure, abbiamo i media, no? Abbiamo le immagini. E non si può dire che non le stiamo usando. La fotografia tecno-apocalittica è ormai un genere riconoscibile, frequentato, addirittura apprezzato.
Mostre, libri, reportage. Da un lato, immagini di paradisi perduti, di Eden scoperti ancora miracolosamente in qualche angolo del pianeta, ci illudono sulla resilienza del creato, sulla sua invincibilità primigenia.
Dall’altro, grandissime fotografie di questo pianeta splendidamente devastato, panoramiche mozzafiato di brillanti colori dell’inquinamento… Vedute aeree: qualsiasi cosa vista dall’alto è piacevole, curiosa, ordinata. Visto dall’alto, il mondo è sempre un bellissimo posto. Colorato, sorprendente nelle sue forme che sembrano disegnate da una intelligenza superiore.
Insomma, quei due alibi sono diventati due generi fotografici. Tuttavia, credo che si possa ancora fotografare il paesaggio, anzi si deve.
Certo, ci sono devastazioni senza riparo. Ma un grande scrittore della visione, Gianni Celati, ci invitava a compiere una “traversata del deserto”. Il deserto non lascia vedere la sua fine.
Ma dobbiamo attraversarlo, anche a costo di scoprire che magari, dopo quella fine, c’è un altro deserto. Dobbiamo affrontare lo spazio fisico e mentale del nulla, invece di fermarci, perché e l’immobilità il vero nulla.
Affari miei
In questa sottosezione compariranno annunci e anteprime sulle mie attività nel mondo fisico: convegni, lezioni, mostre…
Sabato 10 gennaio alle 11 al cinema Modernissimo di Bologna, la mia seconda conversazione del ciclo Impronte promosso dalla Cineteca di Bologna.
Parlerò di August Sander, partendo dalla storia della sua fotografia più iconica, e cercando di spiegarmi il mistero di quella sua irraggiungibile utopia, fare il ritratto dell’umanità del suo secolo…
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Interessante... Certi luoghi visti "da fuori" sembrano "romanticamente rupestri", ma evidentemente sotto la melma c'è molto di più...
A proposito di laghi morti > https://giovannistoto.myportfolio.com/navigating-the-desert
quanto da imparare