Che cos'è una pianta?
La difficile arte del ritratto vegetale
Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.
Giacomo Leopardi, La ginestra
Le piante non la piantano mai. Di crescere, di mettere radici, di aggrapparsi alla terra. Le piante sono testarde, cocciute, resistenti, ostinate. Le piante, almeno alcune piante, non accettano la pettinata schiavitù del campo coltivato e crescono dove vogliono. Senza il permesso dell’umano, che per questo si innervosisce e le chiama erbacce: dispregiativo. Chissà se loro, nella lingua segreta delle piante, ci chiamano umanacci.
Nelle crepe scomode, negli anfratti irraggiungibili si rifugia la loro caparbia indipendenza. L’erba buona cresce negli orti, quella ribelle cresce dappertutto. Nelle fessure dei marciapiedi, nei terreni di nessuno, ai bordi delle strade, e perfino sotto l’abbacinante tettoia fotovoltaica che si mangia i prati. La sua casa è lo spazio precario, sono i margini, i ritagli di terra inutile alla produzione di benessere, eppure ancora viva perché troppo povera. Sfidando il decespugliatore, ogni anno le erbacce tornano. Sono vegetali teppisti, ha scritto con ammirazione Stefano Montello, musicista e sognatore, nel suo libro Il tempo delle erbacce; sono verzura che combatte una guerriglia di movimento contro “diserbanti, disseccanti, erpici rotanti, alabarde spaziali, aratri a mille ali che non riescono a controllarle”.
Addirittura, con sprezzo del pericolo, le piante ribelli si gettano addosso al loro nemico, come la ginestra che fiorisce sulle aspre pendici riarse dello “sterminator Vesevo”, per Giacomo Leopardi simbolo di irriducibilità dello spirito umano alla sovrastante potenza della natura matrigna. Ma ormai patrigno è l’uomo, l’esito della lotta si è ribaltato, la tecnologia che il giovane favoloso di Recanati ancora sottovalutava ha avuto ragione della grande sfinge della natura. Ma a un prezzo: distruggerla, e distruggersi con essa. “Una volta avevo orrore dei campi di sterminio, oggi provo lo stesso orrore per lo sterminio dei campi”, ha scritto Andrea Zanzotto: ma è solo il grido solitario del poeta.
Mattia Marzorati nasce fotoreporter, con animo di grande viaggiatore. Studia fotogiornalismo, produce servizi dal Libano, dall’Iran. Nel 2019 incontra i buchi. Sono gli anni della pandemia e Marzorati scopre le discariche nascoste nel territorio bresciano, La terra dei buchi. Il suo lavoro comincia a orientarsi verso la coscienza ambientalista. Attualmente sta lavorando alla costruzione del museo che racconterà la catastrofe velenosa di Seveso.
Invitato dal comune di Sirmione, come artista in residenza della terza edizione di https://sirmionefotografia.it/concorso/sirmione-photo-residency/, all’inizio resta perplesso. Quella lingua di terra che sfida l’acqua è universalmente riconosciuta come un affascinante micro-eden lacustre. Non è un degrado che gli si presenta davanti. Semmai una contraddizione, quella fra un luogo benedetto dalla bellezza e l’assedio dell’overtourism. Ma non è neppure questo che gli interessa. Esplorando la penisola, capisce che in questo angolo di terra iperfotografato dalle orde gelativore qualcosa può ancora essere scoperto. Qualcosa di marginale, magari emarginato. La vita degli esseri viventi senza parola.
Sceglie allora di occuparsi “più della vitalità che della sofferenza”. La vitalità di questi esseri muti, così spesso e indifferentemente “maltrattati sradicati soffocati ma resistenti, come se avessero una pulsione vitale più paziente e duratura della nostra”. Il risultato è un libro, Venature, un libro di ritratti di piante.
La vitalità delle piante, indipendentemente dall’uomo con cui convivono. Sceglie così di escludere ogni riferimento all’antropizzazione, con il proposito di “creare un racconto collocato in un luogo, ma replicabile ovunque, senza punti di riferimento, potenzialmente universale”. Unico manufatto che compare in qualche immagine: le Grotte di Catullo, che però ormai sono un pezzo di storia mineralizzato e naturalizzato nel paesaggio. Sceglie un’ora crepuscolare della giornata, quando non è buio e non è assolato, per poter ambientare i suoi soggetti senza perderli nello sfondo. Usa un flash a treppiede, per definirli, isolarli, portarli nell’avanscena. Lo fa per scoprire “il modo singolare con cui ciascuna pianta occupa il suo spazio, sovrastando o facendosi sovrastare, isolandosi o mescolandosi”.
Nel corso della sua esplorazione, un vero Journey Through the Secret Life of Plants, che è il titolo di un vecchio album di Stevie Wonder, lo coglie una sensazione strana. Che ogni pianta abbia qualcosa da dire. Noi diciamo “la natura”, diciamo “il verde”, sostantivi singolari ma collettivi, cumulativi, d’insieme. E invece Marzorati fotografa singole arborescenze. Individui vegetali. “La precisa sensazione che ogni singola pianta possieda una sua personalità”. Ricordiamoci che un bosco è fatto di alberi. Che un prato è fatto di fili d’erba. Che quel che ci appare come un tutto, è una somma di parti.
Ma si può fare un ritratto a un vegetale? Le piante che Marzorati fotografa sembrano sorprese nel sonno, svegliate da un lampo stroboscopico. Erano occupate a fare altro, nell’anfratto fra pietre squadrate, nel sottobosco, sul ciglio di qualcosa che non sappiamo bene collocare, perché l’inquadratura stringe su di lei sulla pianta, e quasi sempre esclude uno sfondo, c’è solo un secondo piano che recede velocemente nell’ombra. E allora la pianta-individuo sembra fermarsi un momento (le piante si muovono? Si muovono…), ricomporsi in fretta, mettersi in posa, ergersi orgogliosa a volte, come per non sfigurare. Se il ritratto è una relazione fra viventi, questi sono ritratti.
Ma se questa è una galleria di ritratti, allora, come ogni galleria di ritratti, descrive un gruppo, una popolazione, una società. Quale potrebbe essere l’equivalente botanico di sociologia, di antropologia? La società delle piante, collocata in uno spazio e in un tempo definiti, ha in effetti un nome, si chiama ecosistema. In queste pagine, trovate una sorta di antropologia botanica, la sociologia di un ecosistema; un ecosistema lacustre, concentrato e singolare, quello della lunga penisola di Sirmione. Dove Marzorati si è aggirato consapevole di doverne comprendere la composizione, come un antropologo strutturalista: il verde educato dei giardini pubblici e privati, quello libero delle pendici collinari, quello selvaggio che si intrufola non invitato nell’abitato. Fra le pietre, sotto i muretti. Sono strati sociali veri e propri, potremmo dire addirittura classi sociali. Sì, anche tra le piante ci sono classi sociali, la loro gerarchia in parte è scritta nella natura ma soprattutto è una conseguenza del loro rapporto con l’uomo, che le classifica in utili, decorative, ed “erbacce”.
Per questo motivo non sono del tutto sicuro, come riporta Marzorati citando Gilles Clément, che il paesaggio vegetale non esprima “né potere, né sottomissione al potere”. Non ne so abbastanza per capire quali siano i conflitti interni al mondo vegetale, se la convivenza nel medesimo ambiente comporti competizione, collaborazione, lotta, come nelle società umane. Ma riesco abbastanza bene a comprendere che esiste un conflitto fra regni, come li chiamiamo fin dai sussidiari di scuola, quello animale, quello vegetale, quello minerale. E più specificamente fra specie, fra la specie umana e tutte le specie vegetali. Ricordo quel libro sorprendente e angosciante, da Anaïs Tondeur, fotografa francese, dal titolo fintamente ottocentesco, Herbarium, che invece ci parla, e ci mostra l’effetto dell’irradiamento da isotopi di cesio-137 e stronzio-90, fuggiti dal reattore nucleare numero 4 di Chernobyl, in Ucraina. Hanno sofferto la follia degli apprendisti stregoni atomici umani, quelle piante? Sì, è scritto nelle loro nervature.
Ma le piante soffrono? Dibattuta questione che infastidisce chi sta a dieta di verdure. No, non soffrono! Gli animali sì, le piante no! Animalisti, vegetariani, vegani se la cavano così, per non doversi costringere a morire di fame per coerenza: i vegetali non hanno un sistema nervoso, quindi non soffrono. Li possiamo uccidere e mangiare senza sentirci assassini. E questo, sia chiaro, è un pensiero estremamente, direi egoisticamente antropocentrico – o se volete, animalocentrico. Le piante non soffrono come noi, dunque non soffrono affatto. Discorso chiuso? Proprio no. Una antica tradizione esoterica, indoeuropea, sostiene che le piante percepiscono, comunicano, patiscono. Negli anni Sessanta un tecnico della Cia, Cleve Backster, utilizzò uno strumento da interrogatori, il poligrafo, per dimostrare che anche i vegetali possedevano una sensibilità e reagivano alle domande. Ovviamente, quella corrente di pensiero è stata ridicolizzata e sbeffeggiata come visionaria e superstiziosa. Poi però arriva un pensatore ambientalista basco, di nome Michael Marder, filosofo della vita vegetale, e ci fa una domanda semplice e spiazzante: ma siete così sicuri che dolore e sofferenza siano la stessa cosa? Siete così certi che interrompere un ciclo vitale, se pure non stimola una terminazione nervosa, se anche non “fa male”, non produca comunque sofferenza alla singola pianta, e sicuramente all’ordine della sua vita nel mondo?
Questa idea della sofferenza, naturalmente, è inclusa come inevitabile negli equilibri (precari su scala entropica, ma efficienti nel breve periodo) dell’ecosistema, il cui funzionamento è basato sulla catena alimentare. Se il seme non muore non produce frutto, disse Gesù Cristo. E dunque, in una visione olistica dell’esistente, sì, anche le piante soffrono, come ogni cosa che, per continuare ad esistere, deve continuamente divenire altro da sé, cioè morire.
Ma allora quel passatempo da bambini, l’erbario, quella pratica da pomeriggi annoiati dei bimbi d’antan, ossia strappare foglie e fiori, strizzarli nel torchio fra due fogli di carta assorbente, incollarli disidratati sull’album, quella così istruttiva e commendevole occupazione prende i colori di una tortura, e di un cimitero.
Un erbario celebre sta agli albori della storia della fotografia: quello di alghe dei mari del Nord realizzato da Anna Atkins con la tecnica soave e celestina della cianotipia. Decenni più avanti, un esteta delle forme naturali, Karl Blossfeldt, fotografò la mirabile perfezione dei pistilli, degli snodi, delle infiorescenze, dei germogli, mostrando nel suo Urformen der Kunst che l’uomo non aveva inventato nessuna estetica che non fosse già nella spontanea formatività delle piante. Viceversa, un visionario sornione, Joan Fontcuberta, si chiese come rovesciare questa cessione di priorità, e nel suo Herbarium inventò dal nulla un botanico di fantasia, ma apparentemente credibilissimo, scopritore di specie vegetali bizzarre e sconosciute: insomma, rivendicò alla fotografia il diritto di creare la natura.
In realtà, è sempre la stessa cosa. La fotografia scopre e inventa, preleva e costruisce sempre e contemporaneamente.
Quello che possiamo comporre ritraendo piante non è un erbario, ma è una visione della società clorofilliana. Del resto, lo scopo non è tassonomico, classificatorio, pedante. Marzorati non lavora per la scienza delle definizioni, ma per quella delle percezioni. Si occupa di paesaggio, e il paesaggio, ci hanno insegnato i filosofi, esiste solo quando un occhio umano lo vede.
E il paesaggio, lui, soffre? Se il paesaggio è una relazione, come ho appena detto, allora è la relazione che soffre. Il disagio sta fra i due poli dell’osservante e dell’osservato, è nello sguardo che non riconosce più ciò che conosceva o credeva di conoscere. Sofferente è lo sguardo di ogni osservatore empatico, che abbia compreso come il paesaggio sia solo lo specchio in cui si riflette l’autocoscienza della specie umana, quando quello specchio gli restituisce i segni della propria disattenzione o della propria malafede. Allora, fotografare il popolo marginale e silenzioso delle piante è un modo per donare la parola a chi non ce l’ha, al non-umano “che ignoriamo ma che ci tiene in piedi”, così conclude Mattia. Una grande fotografa costretta dalla vita e dalla storia a occuparsi di crudeltà e sangue, Letizia Battaglia, cercava sollievo stendendosi nei prati. Mi confessò un giorno di avere fotografato i fili dell’erba visti alla loro altezza, ma di non aver mostrato mai quell’immagine, fatta solo per sé: “L’erba non interessa a nessuno, per questo l’ho fotografata”.
Nelle porzioni di terra periferiche e letteralmente imboscate si è forse rifugiato l’ultimo respiro del fauno, l’ultimo sospiro delle ninfe. Negli angoli dimenticati di territori impoveriti agonizza il pagus, l’antinomia ma anche il complemento della urbs, la sua coscienza indispensabile e disprezzata. Tutto è urbano, oggi, anche un campo coltivato: nulla più è pagano, se non qualche lucciola perduta nella notte, o qualche arborescenza che si aggrappa alle falde di un vulcano in procinto di esplodere.
[Questo articolo è una versione della presentazione che ho scritto per Venature di Mattia Marzorati]
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Affari miei
● Sabato 7 febbraio, in via eccezionale alle ore 17.45, al cinema Modernissimo di Bologna, nella nuova conversazione del ciclo Impronte, affronterò il mistero di uno dei più clamorosi disastri della storia del fotogiornalismo: la presunta fusione in camera oscura delle fotografie di Robert Capa nel giorno dello sbarco in Normandia. Andarono davvero così le cose? Alcune verità, alcune ipotesi e diverse sorprese…
(La prenotazione online è esaurita ma ci sarà una fila last minute)
● La sera stessa, a seguire, alle 20, sarò con Barbara e Francesco Jodice alla presentazione/proiezione del film Oltre il confine. Le immagini di Mimmo e Francesco Jodice, presente anche il, regista Matteo Parisini.
● A Modena, invece, inaugura domenica 8 febbraio alle 10 di mattina (con colazione) al circolo Arci Civica15, una mia mostra assolutamente disimpegnativa: Bagatelle al quadrato, una scelta dei miei esperimenti Instagram fra immagini e parole.












Meraviglioso.
«Gli alberi non ci assomigliano, non più di un microbo o di una zebra. Eppure, per il fatto di essere nati, partecipiamo tutti del medesimo corpo”. Emanuele Coccia, "Metamorfosi. Siamo un'unica, sola vita", 2022