Come lucciole in una bottiglia
Pensieri intermittenti sugli insetti luminosi e le fotografie
Anche quest’anno son tornato a trovare le lucciole.
Abitano per pochi giorni a pochi passi da casa mia, nel fitto di un boschetto intricato, un biotopo curioso, forse un relitto di natura rimasto da tempi antichi ai bordi della città, che noi del quartiere abbiamo salvato dal progetto di costruirci una strada. Forse le lucciole ce ne sono grate.
Bisogna fare piano. Ci sono sentierini stretti fra i cespugli, visibili a malapena alla luce della luna. I lampioni delle strade sono lontani. Al centro c’è una piccola radura dove puoi fermarti e ovunque rivolgi lo sguardo sei circondato da faville. Nel buio e nel silenzio quasi assoluti.
Ormai questo luogo magico è conosciuto in città, una associazione naturalista ci fa anche visite guidate. Ma così e meno bello, c’è rumore, qualcuno accede sempre la torcia del cellulare, insomma disturbano. Me, e le lucciole.
Resto in genere una decina di minuti perché mi sento un intruso in questo loro rito di accoppiamento, o quel che è. Torno a casa con una leggerezza nel cuore, rara di questi tempi.
E con un ricordo che ogni anno, invece di eclissarsi, si fa più vivido. Di quando a maggio accompagnavo mamma e nonna al rosario, poco fuori del paese romagnolo in cui sono cresciuto. Lungo la stradina che portava all’oratorio, su un muretto, disponevano una fila di lumini che io ricordo coloratissimi. Ma non disturbavano le lucciole. Che noi fratelli, annoiati dagli orapronobis, andavamo a cacciare per portarcele a casa dentro i fazzoletti perché, sapete, c’era quella storia che se le mettevi sotto un bicchiere la mattina ci trovavi una monetina.
La mattina c’era un insettino nero stecchito.
Poi, emigrato inurbato, di lucciole non ne vidi più per decenni. E avevo finito per concordare con Pier Paolo Pasolini, ovvero con il suo noto compianto per la scomparsa delle lucciole, che uscì come lungo articolo sul Corriere della Sera del 1° febbraio 1975 (in inverno, dunque stagione senza lucciole comunque).
Scrisse Pasolini, lo ricordate, vero, che:
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (…). Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.
Quel qualcosa era ovviamente per lui la fagocitazione del mondo tradizionale contadino e dei suoi valori da parte del nuovo fascismo dei consumi e dell’omologazione culturale.
Però le lucciole dovevano piacergli davvero, a PPP, perché molti anni prima, in una lettera del 1° febbraio 1841 (sempre febbraio, è in inverno che PPP pensava alle lucciole, e forse vuol dire qualcosa) all’amico Franco Farolfi, ne fece invece una metafora dell’amicizia:
Abbiamo visto una quantità immensa di lucciole che facevano boschetti di fuoco dentro boschetti di cespugli, e le invidiavamo perché si amavano, perché si cercavano con amorosi voli e luci.
Comunque sia, quell’articolo, che poi divenne una bandiera per i movimenti ambientalisti di tutta Europa, terminava così:
darei l’intera Montedison per una lucciola.
Tempo nemmeno un anno e PPP sarebbe stato ammazzato di botte, di notte, in una spiaggia squallida e senza lucciole.
Non so, se fosse vivo oggi lo inviterei nel mio boschetto, a constatare che le lucciole ci salutano ancora gratis, senza nessuna Montedison in cambio. Sono ritornate? Non sono mai andate via? Semplicemente, non le vedevamo più, perché c’era troppa luce?
Ah, diversi partecipanti a quelle visite guidate nel boschetto dietro casa mia tirano fuori il maledetto cellulare e fanno foto alle lucciole. Addirittura col flash, poveri cari. Ma anche senza, tanto poi si accorgono con dispetto che le lucciole “non vengono” in foto.
Lo confesso, ci ho provato anche io, una volta, e non ne vado fiero. Che maleducato. Spiare i riti di accoppiamento delle lucciole, o quello che sono.
Sì, sì, lo so, adesso arriveranno i maestrini tecnofanatici a dirmi che ma come!, certo che si possono fotografare le lucciole, guarda io che belle fotografie ho fatto!, e mi inonderanno di consigli tecnici su tempi di esposizione, aperture di diaframma, sensibilità del sensore eccetera.
Non me ne frega niente. Perdonate.
Penso a un grande fotografo, Gregory Crewdson, maestro della messinscena fotografica in stile cinematografico, che solo poco tempo fa, per una mostra a Torino dal titolo Eveningside, l’imbrunire, tolse dal cassetto un suo antico tentativo di fotografare le lucciole, in bianco e nero.
Voleva, spiegò per lui il curatore della mostra citando Baudrillard, beffare “gli americani ossessionati dalla paura che i fuochi si spengano”. Ma quelle barrette bianche su fondo nero potevano essere qualsiasi cosa, schegge di un incendio, pagliuzze spostate dal vento. La magia delle lucciole faceva resistenza al fotografo.
Mi affascinò molto di più l’esperimento di Paola Di Bello col suo Lucciole (una serie del 1988-1991), che ribaltava il senso ribaltando i toni. Paola catturò (come noi ragazzini) venticinque lucciole e le posò su carte fotosensibili, al buio, lasciando che ci camminassero sopra. I piccoli lampi della loro fosforescenza addominale lasciarono scie nere puntiformi, una volta sviluppate le carte. (Le lucciole poi furono liberate).
E in quei fogli c’è una immagine, sì, ma sembra una scrittura, e che cosa sembrano scrivere le lucciole? Io credo: non ci avrete mai. Mai davvero. Disse Paola:
Quel che mi interessava era l’impossibilità di creare immagini, la fine delle grandi narrazioni, anche visive, la scomparsa dell’autore come soggetto. Mi interessava creare un disegno che non fosse creato dalla mano umana, dalla cultura. Qualcos’altro, al di fuori di me come autore, disegnava.
Le lucciole ci parlano, ma non vogliono posare per noi. Perché raramente si posano. Paola citava anche un bel passo di S. J. Gould in Risplendi grande lucciola (1991):
Si noti il curioso effetto psicologico: la maggior parte di noi tenderebbe a vedere un ordine nei filamenti e raggruppamenti delle stelle, mentre intenderebbe le figure delle lucciole, con la loro mancanza di disegno apparente, come casuali. In realtà è vero l’inverso e sono in errore le nostre concezioni abituali.
Le lucciole hanno un messaggio, scritto nell’ordine di movimenti preordinati e non casuali: ma noi non sappiamo leggerlo. Forse Pasolini non piangeva la scomparsa delle lucciole, ma della nostra alfabetizzazione istintiva di specie fra le specie.
Un grande iconologo criticò dialetticamente e duramente Pasolini per quel suo celebrato apologo. In Come le lucciole scrisse che
Non sono le lucciole a essere state distrutte: è piuttosto qualcosa di essenziale nel desiderio di vedere – nel desiderio in generale, e dunque nelle speranze politiche – di Pasolini. Pasolini aveva perduto la speranza nel suo tempo (donde di conseguenza… tutte le sue posizioni reazionarie…). […]
Così facendo Pasolini non fece altro che smarrire, in fine, il gioco dialettico dello sguardo e dell’immaginazione. A essere scomparsa in lui era la capacità di vedere – nel buio o sotto la luce feroce dei riflettori – […] ciò che appare malgrado tutto come novità reminiscente, come novità ‘innocente’.
Sì, anche per Didi-Huberman le lucciole sono una metafora: delle sopravvivenze, degli anacronismi, che a lui discepolo di Aby Warburg sono cari; cioè tutto quello che nel nostro immaginario fa resistenza alla logica della sostituzione inesorabile del presunto vecchio col presunto nuovo. Quindi
per conoscere le lucciole bisogna vederle nel presente della loro sopravvivenza: bisogna vederle danzare vive nel cuore della notte, anche se quella notte viene spazzata via da qualche feroce riflettore. […]
Sta a noi non vedere scomparire le lucciole […] acquisendo libertà di movimento, il ritirarsi che non sia ripiegamento su noi stessi, la facoltà di far apparire scintille di umanità, il desiderio indistruttibile. Noi stessi stare in disparte rispetto al regno e alla gloria, nella lacuna aperta tra il passato e il futuro, […] trasformarci in lucciole e riformare noi stessi una comunità del desiderio, comunità di bagliori, di danze malgrado tutto, di pensieri da trasmettere. Dire sì nella notte attraversata da bagliori, e non accontentarsi di descrivere il no della luce che ci rende ciechi.
Ricordo di aver letto che Stanley Greene, fotogiornalista dalla scorza dura, cauterizzato nell’anima dalle visioni dei lampi di guerra, riuscì a definire le fotografie “lucciole dentro una bottiglia”.
Scintille di opposizione alla luce abbagliante della visione imposta.
Le lucciole sono anime di cose trapassate che non vogliono trapassare. Così le vide Dante nel XXVI canto dell’Inferno. Ogni anima nell’aldilà gli apparve come un lumino che si accende nell’ora in cui le zanzare danno il cambio alle mosche:
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
L’anno prossimo, lo prometto, tornerò nel boschetto a salutare le lucciole, che saranno sopravvissute, io credo.
(Un grazie di cuore a Paola Di Bello per il permesso di pubblicare due sue immagini della serie Lucciole)
Affari miei
Per il festival Repubblica delle Idee, a Bologna, sabato 13 giugno alle 11.15 di mattina, dialogherò con lo storico art director di Repubblica Angelo Rinaldi sulla fotografia nei giornali: il nostro e gli altri. Ci stimolerà un altro eccellente collega, Concetto Vecchio.
Serata un po’ speciale a Correggio, il 20 giugno: in ricordo del fotografo Carlo Paltrinieri, racconterò una storia di fotografia e di Bassa Padana, il fotoracconto Un Paese di Cesare Zavattini e Paul Strand. Prenotazione necessaria via email.
Ancora aperta, fino al 26 giugno, a Genova, la mostra Fotografi insospettati che mi vede al fianco di Giovanna Calvenzi: lei con i suoi divertissement divanisti e i suoi ritratti di grandi fotografi, e io con i mie calembour Instagram. Nella galleria Primo Piano di Palazzo Grillo. Tutto grazie alla gentilezza di Giovanni Battista Martini, curatore.









Grazie Michele, sempre una gioia leggere i tuoi racconti
leggevo in questi gg Sciascia, in L'Affaire Moro, delle lucciole PPS e di cose che solleciti a ripensare...grazie