Non è solo l'altra metà
Non esiste storia della fotografia senza donne. Una ricerca di Monica Di Barbora
La fotografia è facile: la possono fare anche le donne!
No, no, calma, non lo sto dicendo io. Era il messaggio implicito ma trasparente della più colossale campagna pubblicitaria della storia della fotografia, il lancio del sistema Kodak (sistema, ricordiamolo: non semplice linea di prodotti).
Che scelse come testimonial la leggiadra figura di una fanciulla vagamente preraffaellita, aerea come la ninfa di Aby Warburg, col suo abito a righe verticali sempre ondeggiante: la Kodak Girl. Che nelle réclame sui giornali e dai poster stradali, con la sua aria di confidenza e sicurezza nel maneggiare l’apparecchio, assicurava i clienti della nuova fotografia di massa sulla fine delle complicate pratiche alchemiche e artigianali dei primi cinquant’anni del medium.
Insomma, la donna irrompe nell’immaginario fotografico di massa apparentemente promossa abile fotografa, in realtà vittima di brainshaming. You Press the Button, We Do the Rest: perfino una donna sa premere un bottone, no?
Storia raccontata molte volte, eppure momento perno della costruzione della civiltà dell’immagine meccanica. Ricollocazione della donna nell’ambito di promotrice dell’iconografia familiare, di cronista dello svago privato – là dove presto in realtà verrà sostituita dal capofamiglia maschio, una volta introdotta la fotocamera in casa nella costretta della moglie, per lasciare a quest’ultima il ruolo di cura (fare l’album) mentre quello di produzione (scattare le foto) torna saldamente in mano maschile. Divisione patriarcale del lavoro in versione fotogenica.
Ma prima, com’erano le cose? Complesse. La fotografia nasce, a metà dell’Ottocento, in un territorio vergine, quello della riproduzione meccanica del reale, che non sembra ancora essere stato assegnato rigorosamente a una pertinenza di genere.
Scopriamo che Daguerre, nel 1838, ancora prima della clamorosa rivelazione al mondo, ebbe a dire che “Questo lavoretto potrà piacere molto alle signore”. E nel 1893 Clarence Bloomfield Moore archeologo, insisteva: “A differenza della pistola, della racchetta e del Reno, la macchina fotografica offre un campo d’azione dove le donne possono competere con gli uomini ad armi pari”.
Ci racconta molte di queste cose Monica Di Barbora, storica, ricercatrice, docente di sicuro rigore scientifico, in questa autentica miniera di libro, Tra ombre e luce. Donne e fotografia nel Novecento, che mette a posto finalmente molti luoghi comuni contraddittori sull’“altra metà della fotografia”.
Sì, all’inizio la fotografia era un campo di attività sociale vergine di bias discriminatorio, non disdicevole, in cui le donne poterono entrare senza subire penalizzazioni morali, e senza incontrare troppe barriere pregiudiziali. Questo perché la fotografia nasce a metà dell’Ottocento come una pratica inedita, solo vagamente – e tardivamente – assegnabile al campo e alla tradizione dell’arte, una pratica ludica, disimpegnata, privata, spesso familiare, quindi all’area femminile più che a quella maschile.
Vi anticipo subito le conclusioni di Di Barbora:
Scrivere la storia della relazione fra le donne e la fotografia significa, allora, scrivere la storia di un doppio movimento. Dapprima la graduale chiusura di uno spazio che pareva essersi dato come aperto; in seguito, con andamento altalenante, il progressivo recupero dell’accesso da parte di donne molto differenti tra loro per sguardo e posizionamento ma determinate a usare la fotografia come strumento di lavoro e/o espressione di sé.
Dunque, una storia che oscilla fra diversi momenti carsici di apertura, chiusura, riconquista. Non una storia lineare, ma conflittuale, piena di svolte e di reazioni e di rivendicazioni. La prima cosa da fare, dunque, ed è quello che Di Barbora fa con metodo e una straordinaria messe di informazioni, è ridisporre gli elementi di questa storia nella loro giusta collocazione e proporzione. Erano poco o tante, tanto per cominciare, in ogni epoca, le donne fotografe?
Ci sono state fotografe pioniere agli albori della storia del medium (Anna Atkins), anche sul piano della teorizzazione (Clementina Hawarden); ci sono state fotografe amatoriali di straordinaria capacità e celebrità (Julia Margaret Cameron); ci sono state fin dall’inizio fotografe professioniste stimate e considerate.
A differenza di altre storie settoriali, la storia della pittura, o della musica ad esempio, la storia della fotografia è colma di donne fin dall’inizio e sempre. Trabocca di donne. Le donne non hanno dovuto conquistarsi nel tempo un faticoso accesso all’espressione fotografica e perfino alla professione fotografica: l’hanno avuto fin dagli esordi. Con slancio direi eroico, una ricercatrice italiana, Patrizia Pulga, impiegò un ventennio di comporne l’anti-dongiovannesco catalogo: ne rintracciò più di duemilacinquecento, da Adelaide a Zsusza. Ma ovviamente, era ancora una frazione dell’universo.
Eppure, se le cerchi nelle storie canoniche della fotografia, non le trovi. Impietosa, Di Barbora conta le presenze negli indici dei nomi: nella archetipa storia di Beaumont e Nancy Newhall le donne fotografe sono solo 13, nella revisione del 1964 scendono addirittura a 11 per risalire a 14 nell’ultima corrente. Per quanto riguarda l’Italia, nella classica storia di Italo Zannier del 1984 sono 29 su 910 nomi citati. Vien da dire che la discriminazione delle donne non sta tanto nella storia della fotografia, quanto nella sua storiografia. C’è stato un grande difetto di resoconto, non di realtà.
Il libro di Di Barbora è una svolta di necessario riequilibrio in questa clamorosa asimmetria. Non solo perché riemergono storie e opere di fotografie che la storia ha dimenticato o emarginato, ma perché Di Barbora sceglie di allargare l’orizzonte a biografie da tutto il pianeta, facendo così un lavoro di riequilibrio non solo di genere, ma anche anticoloniale.
Da appassionato di storia della fotografia, però maschio, devo ammettere un po’ di vergogna nella scoperta di persone, itinerari, opere di cui non conoscevo nulla, e di altre poco. Una lettura quindi che consiglio a questa metà un po’ saccente e troppo sicura di sé del cielo.
Ora, so che chi legge si farà la classica domanda, la domanda immancabile ogni volta che si parla di donne e fotografia: ma esiste una fotografia delle donne? È solo quella fatta dalle donne? O ha qualcosa che appartiene solo alle donne? Le risposte anche da parte di ricercatrici donne, anche da parte di fotografe donne non sono mai state univoche. E molte volte, se posso permettermi, hanno rischiato di reintrodurre qualche cliché di genere.
Le donne sarebbero “più autoriflessive”, agli esordi la produzione fotografica delle donne apparterrebbe all’ambito del privato, del familiare, del domestico, soprattutto agli esordi: Julia Margaret Cameron, lady Clementina Hawarden… In seguito, è stata assegnata all’ambito dell’intimo, dell’introverso, dell’autoanalisi: Diane Arbus, Nan Goldin, Francesca Woodman...
Viceversa, una lettura di taglio soggettivo-antagonista riconosce come fotografia di genere quella delle donne che si schierano dalla parte delle donne. Ma questo limiterebbe il campo non solo alla fotografia militante, ma in qualche modo definirebbe la fotografia delle donne come espressione di un diritto negato, come i diritti delle minoranze.
Ma la condizione femminile non è la condizione di una minoranza. È una struttura della specie umana. Non è omologa alla fotografia antirazzista, né alla fotografia antiomofoba.
Ho trovato finora una sola definizione, un po’ difficile da sciogliere in un concetto, ma suggestiva. Quella offerta da due cineaste, Manuelle Blanc e Julie Martinovic, le due autrici francesi di Objectif Femmes, un documentario del 2015. Partono proprio dal presupposto che la fotografia delle donne non sia un genere, non sia uno stile, non sia una tendenza, non sia una piegatura particolare dello sguardo.
Ma sia un “marcatore” della storia della fotografia, un suo carattere fondante, qualcosa che ne definisce la totalità, non una metà; qualcosa che, se lo togli dalla storia della fotografia, non resta la fotografia degli uomini: semplicemente, non resta nulla. Non è più concepibile.
La domanda “esiste una fotografia delle donne”, credo di incontrare qui il consenso delle amiche fotografe e delle colleghe studiose, è una domanda mal posta. Il libro di Di Barbora ci invita, io credo, a rovesciare il paradigma: non sono né donne che fotografie che hanno bisogno di una storia, come per risarcimento: è la storia della fotografia che ha bisogno vitale della storia e dell’esperienza delle donne fotografe per riuscire finalmente a concepire sé stessa.
Affari miei
La Sisf, Società Italiana di Studi di Fotografia, del cui direttivo mi onoro di far parte, compie 20 anni. Celebreremo questo compleanno prima di tutto nella nostra Summer School di Pieve Tesino, che compie anche lei dieci anni tondi, dal 27 luglio al 1 agosto. Poi, in autunno, con una iniziativa speciale.
Vi invito tutti caldamente a conoscere la Sisf, le sue attività, la sua Rivista di Studi di Fotografia, e ad assoziarvi a una comunità di studio, scambio, dialogo senza fini di lucro e su base volontaria.








Questo essere la fotografia facilmente sia per uomini che per donne (creative per natura più che tecniche) stride un po' con l'enfasi che viene data puntualmente alle manifestazoni che la fotografia dedica alle sole donne (Dio ci guardi dal quel che si fa con la fotografia nel mese di marzo, diventato il mese mariano della fotografia al femminile). Se c'è un'arte democratica e paritaria forse è proprio la fotografia e tanto più in era digitale dove la tecnica è diventata alla portata di tutti, consentendo un approccio meno esoterico.