Credo di avere trovato l’aggettivo che cercavo per Antonio Biasiucci. Non è stato difficile, bastava pensarci un poco.
Biasiucci è un fotografo metamorfico.
Che bella parola. Semplice e complicata. Me la sono cercata su più dizionari. L’etimologia: μετα- e μορϕή , con la prima parola, meta-, in realtà un prefisso, che è un capolavoro di polisemia, può voler dire dopo, oppure al di là, o in mezzo; ma anche suggerire il ritorno del pensiero su sé stesso, il riflesso dello specchio.
E poi morphè, che si traduce facilmente in forma, ma è assonante con Μορϕεύς, Morfeo, il dio del sonno e dei sogni. Ma anche con Ὀρφεύς, Orfeo, il semidio della poesia e dell’oscurità, degli inferi e del ritorno illusorio delle cose perdute.
Metamorfosi, dunque, è andare al di là della forma. Al di là dei segni. O al di là dei sogni. O al di là degli inferi. O riflettersi in tutte queste cose.
Biasiucci è metamorfico in tutti questi sensi.
Scrissi una volta, quando lo conoscevo ancora poco, che Biasiucci è un fotografo “difficile”. Cercavo, un po’ sconcertato, una chiave per entrare nel suo mondo di oggetti che nei loro ambiti oscuri dissimulano la loro apparenza e la loro funzione, cercavo un ingresso nel suo linguaggio assieme esplicito e muto.
Difficile? Mi sbagliavo di grosso. Ero solo svogliato. Pigro. Quella chiave, come i contadini che sanno di avere case ospitali e senza nulla che valga la pena rubare, Biasiucci ce la lascia sotto lo zerbino della porta. E una volta dentro, tutto è chiaro.
Provate voi stessi. C’è una mostra, adesso, che, nel suo pacato entusiasmo di galantuomo che non ha mai alzato la voce in vita sua, Antonio definisce “la più bella che abbia mai fatto”.
Archetipi. Alla Reggia di Caserta, luogo difficilissimo da sfidare per un artista. Avete tempo fino al 30 novembre. Non avete scuse.
“Emersioni alla luce”, scrisse Valerio Magrelli di uno dei suoi libri. La luce è il punto. Diffondere la luce è il gesto del creatore. Dare alla luce è il dono della madre. Fare luce è il lavoro della ragione. Biasiucci fa tutte e tre le cose.
E lo fa con tutte le cose, ma preferibilmente con quelle che lo hanno circondato di meraviglia fin dall’infanzia, nella casa paterna di Dragoni, che da Caserta non è lontana, attorno alla quale “era tutto un pullulare di animali da fattoria e terreni coltivati con cura maniacale”.
In realtà, Biasiucci non ci parla proprio di quelle cose. Ci parla con quelle cose. Trasformate in un vocabolario basilare dell’antropologia umana. Cose animate e inanimate, naturali e costruite dall’uomo, non fa differenza: tanto, ognuna di quelle cose può diventare un’altra. Pane, alberi, ossa, mozzarelle, pietre vulcaniche… Ognuna di queste cose può cambiare senso e forma, prendere vita. Metamorfosi. Ovidio è alle porte.
Ho presente adesso i suoi alberi segati. Sapete come fanno i boscaioli. La sega taglia il tronco con spietata nettezza, ma solo fino a pochi centimetri dall’ultimo bordo: poi l’albero cade con una lieve spinta, strappando quel sottile resto di congiunzione, e lasciando sul tronco troncato una barba di schegge e guglie. Biasiucci le fotografa accucciandosi, le proietta sul filo dell’orizzonte: e diventano castelli, montagne, città fiabesche, arche di Noè.
Magia. Biasiucci è il fotografo del fondo antropologico e quindi stregonesco del rapporto fra l’uomo e il mondo. Dove ogni cosa non è mai certa di essere sempre la stessa cosa, dove la somiglianza vince sull’essenza, l’eterodosso sull’identico. E quando dico fondo mi viene alla mente l’immagine del fondo di una pentola dove, durante la cottura, che è una metamorfosi, rosola e si brucia e diventa nero il sugo del nutrimento terrestre.
La magia, così come la divinazione, è arte della somiglianza e della con-fusione. Quel che sembra, non è; quel che appare, diventa.
È una magia che funziona. “Mi sono accorto che la fotografia mi faceva stare bene”, racconta Antonio a Tiziana Maffei nell’intervista che apre il volume parallelo alla mostra. Se le sue fotografie (qualcuno l’ha detto, temo) vi sembrano inquietanti (solo perché, in camera oscura, con la maestria di laboratorio ereditata dal padre fotografo, cura attentamente la profondità dei neri e la grana dei bianchi), be’, siete fuori strada. Biasiucci vuole farci stare bene. Vuole che ricordiamo quali cose davvero contano nella nostra antropologia, vittima della cultura.
La scuoiatura del maiale. Le lave vulcaniche. L’impasto del pane. Non c’è un confine preciso nell’immaginario di Biasiucci fra organico e inorganico, animato e inanimato, fra i quattro elementi mitologici, tutto si muta in tutto, come se la creazione non fosse ancora finita e le cose fossero ancora a disposizione dell’uomo primitivo in una forma esitante.
Credo che, tra tutte le sue esplorazioni di porzioni di mondo, continui ad amare molto i vulcani. Che sono in fondo la fucina del pianeta, le ciminiere di una fabbrica terrestre che non ha ancora terminato il ciclo produttivo. Il vulcano trasforma continuamente. Produce fluidi che diventano solidi. Produce rocce metamorfiche.
Ma devo dire che non c’è nulla di più affascinante della metamorfosi del cibo, come Biasiucci ce la racconta. Ovvero, come il mondo esterno diventa nutrimento, viene incorporato, trasformato, digerito.
Ma prima deve essere lavorato, l’uomo è artefice perché trasforma il mondo in nutrimento terrestre. E mentre lo fa, lo coglie come la sensazione che tutto sia collegato, il minimo e l’immenso, e le mozzarelle, ad esempio, fotografate nel loro innocuo latticello in controluce, diventano pianeti erranti di un paesaggio cosmico, o embrioni nel liquido amniotico di una gestazione.
Una volta, mostrandomi un suo libro, su mia impertinente insistenza, Antonio accettò gentilmente dia rivelarmi che cosa erano davvero le cose misteriose di certe sue immagini di luci e ombre: ecco, vedi, quel che sembra un teschio era una melanzana, quella figura spettale era una pannocchia, quel drappeggio barocco una forma di grana coperta da uno straccio. Poi di colpo smise, con uno sbrigativo “vedi tu, guarda tu, decidi tu”, perché si accorse che così, nominando l’origine prosaica delle cose, la trasformazione si fermava, si congelava in metonimia, cioè in retorica. E Biasiucci di retorica non he ha mai fatta. Di poesia, molta.
Penso a Biasiucci come a un veggente alchimista che opera senza parlare. Vorrei tanto frequentare uno dei suoi “laboratori irregolari” di Napoli: i suoi studenti mi raccontano con rispettosa ironia di come lui li guidi spesso solo con una parola, un cenno del capo, evitando così di farne degli epigoni o dei cloni.
E intanto, giorno dopo giorno, come un lessicografo medievale, il maestro compone il vocabolario tellurico e ctonio con sui, forse, un tempo, ancora freschi di genesi, riuscivamo a dialogare col mondo e rincorrevamo gioiosamente cose ancora giovani, vergini, mutanti per una semplice vibrazione della mano, come in un caleidoscopio.
Affari miei
Sabato 20 giugno a Correggio racconto Un Paese di Paul Strand e Cesare Zavattini, nel corso di un evento in ricordo del fotografo Carlo Paltrinieri.










magico, come sempre.