I gitanti dell'infinito
Luigi Ghirri e Gianni Celati in pullman verso l'orizzonte

Forse il “luogo dell’attenzione infinita”, che è la definizione di paesaggio secondo Luigi Ghirri e Gianni Celati, sta da qualche parte lungo, o oltre, la linea dell’orizzonte. Forse quel pullman blu con una trentina di persone a bordo, scendendo lungo il Po, verso il delta del fiume, verso il mare, avrebbe voluto andare oltre, cominciare a navigare per l’alto mare aperto, come l’Ulisse dantesco, a cercare qualcosa che a questo mondo non esiste, l’infinito. Ghirri aveva sete di infinito.
Ho letto critiche deprimenti sulla mostra al MaMBo di Bologna – con splendido omonimo catalogo edito da Danilo Montanari – Luigi Ghirri Gianni Celati Verso la foce. Critiche del genere “uffa, ancora Ghirri”, a cui varrebbe rispondere solo con un sorriso di compatimento, come a quell’ospite di Enrico IV che si lamentava del menù più raffinato di Francia, “Perdrix, toujours perdrix!”. Lamentarsi del brodo grasso, si dice qui in Emilia, come i due nostri sapevano benissimo.
Ghirri è ormai un classico contemporaneo, e i classici non smettono mai di dire quel che hanno da dire, ci insegnò Italo Calvino. Se non ascolti, peggio per te. Fine della mia attenzione a quelle critiche.
Questa mostra in particolare è una di quelle cose che ancora Ghirri non aveva finito di dirci. Visitandola, ascoltavo i commenti, molti spaesati, non riconoscevano in quelle immagini il Ghirri più noto, a volte fin troppo, cioè un autore che è stato troppo spesso ridotto al cliché stilistico, peraltro falso, del fotografo delle periferie, del colorista pastellato eccetera.
Ma proprio qui sta il fascino di questo lavoro semi-inedito. Un po’ di storia: all’inizio dell’estate del 1991, quando Ghirri non sapeva ancora di avere pochi mesi di vita, l’amico Celati lo coinvolge nella realizzazione di un suo lunatico film, Strada provinciale delle anime (esiste davvero quella strada…), una versione libera del suo libro Verso la foce, uscito due anni prima.

L’idea è una specie di gita, con partecipanti scelti fra parenti e amici, da imbarcare per tre giorni su una corriera blu dalla destinazione vaga, assieme a una troupe della casa di produzione Pierrot e la Rosa, guidata da Luca Buelli, suo ex studente al Dams, che gli propose questo esperimento visuo-letterario.
Ghirri e Celati sono amici da tempo ormai. La loro complementarità perfetta ha già regalato al mondo, a quell’epoca, gioielli come il Viaggio in Italia, oggi un monumento della fotografia italiana. Questa volta il rapporto si inverte, non è Celati che scrive per un’idea di Ghirri, ma Ghirri che si mette al servizio di un’idea di Celati. E lo fa con meraviglioso understatement. Della gita, lui sarà il fotografo, ma proprio il fotografo da gite, quello che fa i ritratti dei gitanti in posa davanti ai paesaggi. E alla foine del film le stampe delle sue fotografie si vedranno sparse su un tavolino, chi vuole prenda la sua, proprio come dopo una gita. Però…
Ho visitato la mostra con una guida speciale, la collega e cara amica Brunella Torresin, che ebbe il privilegio di partecipare a quella avventura. Che lei ricorda ancora come “un regalo meraviglioso”. Assieme, abbiamo sorriso assieme del sottile imbarazzo di quei gruppi messi in posa da Ghirri con ferma cortesia, più in qua, più stretti, quelle specie di classi scolastiche spalla a spalla, perse in un paesaggio che Ghirri ha voluto ben più grande di loro, sovrastante, veri naufraghi del paesaggio li ha ridotti, con le faccine piccole piccole, e dietro tanto spazio e tanto cielo. Spaesati nell’infinito.
Anche i ritratti, più ravvicinati, individualizzati (cedo Giorgio Messoli, lo scrittore, scomparso troppo presto, e mi spiace non averlo conosciuto), non sono finestre sull’Ego ma rincorse di anime che sembrano sempre leggermente fuori posto. Dice giustamente Lorenzo Balbi, curatore della mostra assieme a Giulia Pezzoli, che questi sono ritratti di “sospensione identitaria”, cioè un apparente ossimoro per la cultura del ritratto occidentale.
Poi ci sono le immagini da traversata del Mar Rosso: queste strade polverose che puntano, anche loro, verso il nulla dell’orizzonte, e queste figurine dei gitanti che esitano, a volte si incamminano, vanno verso l’orizzonte, a volte sostano sul bordo, qualcuno torna indietro. Anime sulla strada. L’attenzione infinita fa anche un po’ inquietudine. È un esercizio zen.
E poi ci sono le foto di Ghirri-Ghirri, perché nessun auto-confinamento sotto mentite spoglie di fotocronista poteva impedire che gli scappasse il dito sull’otturatore quando il suo sguardo intravvedeva uno dei suoi ghirroglifici, una sedia nella penombra di un interno, un tavolino bianco incongruo su un argine. Come la firma nascosta dell’autore, come il volto del drammaturgo che fa capolino per un istante da dietro il sipario.
L’esile, poetico motivo del viaggio pare fosse accompagnare una parente di Celati, credo una zia, davanti al mare che in tutta la sua vita non aveva mai visto. C’è una fotografia con lei, golfino rosa e gonna blu da perfetta zia, che in realtà non guarda il mare, ma si guarda attorno un po’ disorientata, forse impaurita da quella tavola blu gigantesca che sì, può anche far paura.
In questa ultima, ahimé a sua insaputa, fase della sua evoluzione artistica, Ghirri sembra avere sempre meno interesse per la qualità formale, in passato spesso rigorosamente ma silenziosamente ricercata, e più voglia di verifiche del linguaggio del suo medium. Può mostrare qualcosa quando non c’è quasi nulla? Può indagare la relazione fra l’essere (umano) e il nulla?
Ma soprattutto: quell’opera costante, metodica, di riattivazione dello sguardo che Ghirri mette al lavoro fin dall’inizio della sua avventura, può essere condivisa? Può nascere un’etica comune degli sguardi risvegliati?
Se poi cercate in questa serie di fotografie i “delicati colori pastello di Ghirri”, le “composizioni armoniche di Ghirri”, scusate un po’ di presunzione, dovete ancora lavorare un po’ per capire il mondo di Ghirri.
Buona estate
Con questa puntata, come sempre nel mese di agosto, Fotocrazia si prende un piccolo periodo di riposo. Ci rivediamo alla fine di agosto. Buon proseguimento di estate a tutti.








…quando uscì il dvd docufilm, lo regalai ad alcuni cari amici ovviamente con il libro verso la foce… se ricordo bene il filmato finisce con la tavolata sull’argine e lenzuola bianche al vento…gli amici mi ringraziano ancora
Narratori delle pianure. Un libro che per me, nata in pianura, ha significato capire molte cose di chi cammina in piano. Poi ho iniziato a conoscere Ghirri. Spesso rivedo le parole lette nelle immagini esposte.